Amico mio

Amico mio, ti scrivo dalla terra che abbiamo calpestato. Anzi, sono la terra che hai calpestato, battuto, compattato e granulato con le piante scalze dei piedi: ma di questo io ti perdono, perché per un po’ mi hai solleticata. Sono la terra offesa che ride, e tu sei il mare che con l’erotismo dei movimenti lenti hai sfiancato negli anni i miei profili. È al lago di Tiberiade o nelle pozzanghere in cui da bambini giocavamo che per prima t’ho incontrato? Non so risponderti, e intanto mi rifugio nel grembo di me stessa, dove partoriscono i desideri, (cioè intendi: dove nascono i desideri oppure dove io partorisco i desideri….oppure dove i desideri partoriscono l’esitazione ecc. Forse quest’ultima ma allora qui semplificherei la costruzione) l’esitazione primaverile di marzo, i pensieri di ragazza sugli uomini al principio della vecchiaia, i sogni prossimi al mattino.
Sono la spiaggia intarsiata di gemme che un giorno evocasti per descrivermi la schiena ossuta e dorata dal sole estivo, osservandola da dietro nello scalare i tetti del tuo mondo. Io sono, anche, il palinsesto su cui quel mondo è stato eretto: il suo manoscritto millenario. Non credi anche tu che la moschea saracena, con le cupolette maiolicate, mi somigli di più della borbonica pomposità – più del rigore neoclassico delle forme? Eppure, caro, alla fine dei tempi è solo l’ocra del deserto a rimanere: e lì sta tutta me stessa.
Su quella spiaggia, orde di profughi trascinano perenni il dispiacere. È lecito invidiare la sofferenza dei mortali, amico mio? Per me che sono terra e spiaggia, e vivo fuori dal tempo, e mite canto nel vento, ma non so così crescere da toccare la luna che rischiara le notti come la nostra – è lecito invidiare il tuo dolore umano, amico?
Da quando ti conosco ho scoperto che la terra è fragile, mentre l’acqua è potente e leggera. Da quando ti conosco ho imparato a plasmare il mio corpo acerbo al tuo, sapiente e maturo come l’albero di melagrana di quel mosaico antico. Le tue radici liquide di clorofilla hanno scalfito la mia superficie corazzata, il tuo esilio in me ha trovato spazio e conforto, e mi ci sono adagiata. Sono la terra offesa che ride, e tu sei l’albero di melagrana che con il moto possente dei tentacoli hai lacerato le mie presunzioni di imperturbabilità, lasciandomi spoglia e ridente.
È da un po’ che non ci sei: da allora, cerco i flussi torrenziali che tengono in vita fuori dai monsoni e dal tuo magnetico andare. Non so ancora camminare: io, t’ho detto, sono fatta di terra. Ma mi muovo, vacillando, strisciando, cavalcando le piogge, da sola, come mi insegnasti sull’orlo del terrazzo affacciato sulla notte, sfidandomi a saltare giù: sui melograni, sulle cupolette maiolicate delle moschee, sui dispiaceri delle orde trascinate di profughi, sulla memoria atavica dei luoghi. Sappi, però, che quando lo farò – io salterò – sarà soltanto per fare spazio all’ennesimo dei tuoi affluenti.

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