Io fuori

Ho sentito di qualcuno che voleva che scrivere fosse un verbo impersonale. Dire “oggi scrive” allo stesso modo di come si dice “oggi piove”. Ma allora di chi è la mano che tiene questa penna, chi è che preme i tasti su questa tastiera, di chi sono queste dita, questa testa?
Stamattina mi sono risvegliato in una goccia d’acqua. Ero una gocciolina così piccola che dentro di me non c’era spazio per nulla se non per me stesso. Fuori, tutto il resto. Fuori stavano le mie anime. Forse dentro altre gocce. Un’altra stava dentro un granello di sabbia. Una in un ramo d’ulivo. C’era un unico obiettivo: essere. Essere e basta, senza uno scopo.
Ora un cardellino si abbevera alla pozza dove sono finita. Mi fa il solletico quando mi sfiora, ma riesco a spostarmi in tempo per non farmi bere. Quindi ora ho uno scopo? Sopravvivere? Sono già troppo umana per essere una goccia? La goccia più umana che ci sia.
Sulla spiaggia, tra gli altri granelli di sabbia mi sento protetto. C’è posto per tutti. Ma ho paura della prossima mareggiata, ho paura che mi porti via, via da questa spiaggia che ho chiamato casa. L’ho chiamata casa col linguaggio degli uomini, ho paura come loro. Qui ho visto persone piantare ombrelloni e stare stese al sole, e rimanere lì, come granelli di sabbia. Io, il granello più umano che ci sia, loro, gli uomini più granelli di sabbia che esistano. Dove finisco io e dove iniziano loro? Ci accorgiamo di essere diversi solo quando loro si puliscono i piedi per andare via dalla spiaggia. È il loro fastidio tra le dita che tradisce il mio essere altro.
Una mano accarezza le mie foglie. Un occhio guarda i miei frutti ancora acerbi, allo stesso modo con cui guarderebbe i suoi figli o i suoi nipoti, che ancora devono crescere. A novembre si staccheranno da me e finiranno sulle reti, queste olive. Di fronte a me, un fico d’india, abbarbicato sul ciglio di un burrone, sfida la gravità. Gli chiedo cosa c’è di là. Dice una pozza con un cardellino che beve e, a fianco, il mio corpo esanime. C’è vita solo fuori di qui. Granelli di sabbia portati dal vento. Un rivolo di sangue cola dal mio naso e si infila nelle crepe del terreno arido, e poi giù, scende, nelle profondità della terra fino al magma incandescente. Domani un vulcano mi erutterà.

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