Arianna

Lei, Arianna, era così: sapeva essere libera. Aveva quattordici anni e nel corpo mascolino l’avresti detta più acerba, più giovane persino, sciolta nella sua androginia. Il segno del tempo ne aveva appena sfiorato il petto con timidi seni, ma le gambe, e le ginocchia, le aveva calcaree: da purosangue. Il portamento massiccio ricordava quello delle massaie antiche, dove l’ultima traccia femminea – sulle mani un tempo gentili – dissolve nel solco severo della fatica giornaliera, al calar del sole, mentre in sottofondo s’odono litanie contadine. Ma la fatica, sul suo corpo, non trovava segno. Sapeva svincolarsi dalla morsa fatale della caduta; leggera, a balzi d’antilope si arrampicava, e nuotava, senza boccheggiare, con bracciate così ampie e fluide da confondersi con l’acqua. Al guardarla, l’avresti creduta una belva. Coi capelli lunghi, neri e selvaggi, si cingeva la vita; e poi si lanciava, tra gli alberi, sui sassi, sprezzante del pericolo, solida e fiera, financo malvagia. Era, coi suoi capelli, cattiva. Usava dividerli a ciocche che legava a quelli dei suoi amanti – lei, rigurgito della terra, li teneva in pugno: catturava. Pareva fosse fiorita dal mare – un mare di pece che ne sgorgava dagli occhi, liquidi, nerissimi. Con quelli ti ipnotizzava, e tu la seguivi, prosciugato, inabile a starle dietro: finché, un giorno, non scomparve.
Non è rimasto molto di quel vagheggiato vigore, se non nella fluidità dello sguardo perenne: ma il nero colloso di una volta s’è diluito, e più che d’inchiostro i capelli hanno il sapore della cenere su cui ha debolmente piovuto. L’eroina, che per un tempo la emancipò, ha finito per consumarla. Saputa calcarea, è adesso un flebile stelo avvizzito; tutta la cattiveria che aveva l’ha concentrata dentro di sé, diventandone prigioniera. È di acqua che avrebbe bisogno, ma rifiuta di berne, perché teme, inumidendosi le labbra, di privarne gli occhi compassionevoli che la circondano, inabili a lacrimare. E lui, che sempre la guardò di lontano, ancora non sa avvicinarla: persino lo squallore diventa eroico negli occhi illusi dell’innamorato.
A chiunque passi, nel mezzo di queste due solitudini, vien da domandarsi se non sia il destino della natura quello che oggi sconfigge Arianna, non più antilope, né acqua, né selva: e non sa rispondersi, tace e sospira, mentre contempla in lei l’eterna ingenuità della fiamma che non sa di bruciare, in lui il rimpianto di non averla saputa salvare, con le tempie tra i pugni, basso lo sguardo.

Piccola chiosa.
Diciamo così: che se il tempo è l’incendio, Arianna è la foresta che non sa di bruciare. Che se l’eroina è il vento, lei – l’onda superba e giocosa ignara che il fine è di annegare in sé stessa.
Se tutto il salvabile è perso, se per lei non ci sono più parole – ma solo sguardi stanchi, compassionevoli, estranei a se stessi – io non so dirlo. Ho scoperto ciò che deve esser stata dal racconto di chi, davanti al mucchietto di ossa che è diventata, ha sospirato.
Ero pazzo di lei. Poi ha guardato nel vuoto, prima di rintanarsi nel recinto imbiancato che gli anni man mano circondano, inglobando il ricordo – e la voce. Mi chiedo se è così che arriveremo a parlare di natura: sospirando e non sapendo, come mio padre sospira e non sa nel pensare Arianna.

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