Natura

Tra le vecchie foto della mia infanzia, ne trovo una che mi colpisce: una bambina sdraiata su un tappeto di margherite guarda l’obiettivo della macchina fotografica, con un sorriso talmente grande che sembra andare da un orecchio all’altro. I capelli disordinati sull’erba. La salopette di jeans. Certi ricordi cominciano ad affiorare. Un misto di gioia e nostalgia fa nascere un sorriso strano, malinconico. Mi rituffo in quel passato lontano, pieno di spensieratezza, e pomeriggi a salire e scendere dagli alberi.
Mi manca la bambina che correva tra l’erba con le ginocchia sbucciate, i capelli al vento e le guance sempre arrossate dal sole. Le coroncine di fiori o di campanule infilate fra le trecce dei capelli. Ora non ho più niente. Niente di tutto questo. È come se crescendo si fosse creata una frattura fra la me adolescente e la natura circostante, che ora ho solo il permesso di ammirare e contemplare. Nient’altro.
E invece non è ancora scomparsa quella bambina che ancora vorrebbe sporcarsi le mani con la terra e salire sull’altalena fino a toccare il cielo con i piedi. Ma forse è solo l’effetto della primavera, coi pettirossi che cinguettano dall’alba, i fiori che sbocciano e con i loro colori interrompono il verde dei prati, che altrimenti sarebbe troppo monotono. Stupisce. Rende increduli. Davanti a questa bellezza eterna, necessaria, mi sento rinata, insignificante e allo stesso tempo parte del tutto, parte di questo mondo che è la Terra su cui vivo.

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