Fantasie proibite – 1

Si era fatto inverno all’improvviso. Il piccolo monolocale che era stato accogliente per tutti i mesi estivi e autunnali si era gelato. Le mura sembravano incapaci di trattenere il calore e la coperta di pile, prima sufficiente, adesso era alla stregua di un lenzuolo. Le finestre, vecchie e dai vetri sottili, erano state migliorate grazie ai paraspifferi ma la situazione non era cambiata di molto. La sera prima Samuel aveva spostato il letto vicino alla stufa, che aveva acceso qualche minuto dopo, così da potersi addormentare vicino a una fonte di calore. Poi aveva cambiato le lenzuola di cotone con quelle di flanella e si era messo la coperta di pile sopra al piumone. Il piumone era una delle poche cose che si era portato dietro da casa dei suoi genitori. Però era brutto, di un blu smorto che gli metteva tristezza, perciò aveva messo sopra il pile, arancio, con disegnati vari tipi di frutta: metteva più allegria. Quella sera andò a dormire contento. Mise su un audiolibro e si addormentò con la voce calda del narratore. Non lo faceva sempre, giusto ogni tanto per sentirsi meno solo. L’app nel dispositivo continuò a trasmettere per un po’, poi si spense da sola. Il mattino seguente il cellulare ruppe il silenzio con la sveglia, che Samuel spense dopo giusto due secondi.
Quella mattina si svegliò riposato e di buon umore. Fece un po’ d’esercizio fisico, una doccia calda e si avviò a lavoro. Non erano ancora le sette del mattino, il cielo era buio ma l’aria tranquilla. Poche persone erano sveglie assieme a lui e quando passava davanti ai bar, ancora chiusi, poteva sentire il profumo delle paste che venivano preparate. Un odore simile, ma più dolce, usciva dalla porta sul retro della pasticceria in cui lavorava. Iniziò a bussare e venne interrotto solo dall’aprirsi della porta, che fece spazio alla figura di un uomo alto e robusto, dalle mani grandi e gli occhi gelidi. Era Dolf, il cuoco. Austriaco ma con moglie italiana, viveva in Italia ormai da anni. Era un esperto di dolci e aveva portato qui la tradizione della pasticceria austriaca. Non aveva perso del tutto il suo accento e faceva un sacco di battute, non troppo divertenti, senza cambiare il tono della voce. Samuel lavorava lì già da un anno ma non si era ancora abituato del tutto e spesso scambiava le sue battute per affermazioni serie. Dolf poteva apparire molto severo, in realtà era una bellissima persona.
Il cuoco lo accolse con un grande sorriso e gli fece spazio per entrare. Disse subito che aveva già preparato metà dei cornetti e delle tortine, e che una volta pulito e sistemato il locale poteva fare colazione. Glielo diceva tutte le mattine, era un po’ la frase che sanciva l’inizio della giornata e Samuel non aveva mai rifiutato l’offerta. Ormai aveva preso una dimestichezza tale da essere molto veloce nelle sue mansioni. Puliva il locale e sistemava la vetrina quasi senza pensare, canticchiando e scambiando qualche parola con Dolf.
La pasticceria avrebbe aperto alle otto. Samuel si preparò un cappuccino e si sedette a un tavolino, portandosi dietro anche una fetta di Linzertorte. Dolf nel frattempo sollevò la serranda del locale, Samuel avrebbe finito di mangiare in tempo per girare il cartello da “chiuso” ad “aperto”.
«Ah, oggi c’è un ragazzo nuovo ad aiutarti.» fece il cuoco prima di tornarsene in cucina a sfornare gli ultimi dolci.
Samuel sgranò gli occhi sorpreso.
«Un ragazzo nuovo? E Lisa?» chiese.
«Se n’è andata ieri.»
«Cavolo, due giorni che non vengo e guarda che casino.» ridacchiò. Samuel faceva orario pieno, dalle sette fino alle quindici. Per questo aveva due giorni liberi: domenica e lunedì. «Come mai ha lasciato?»
«Ha detto che non ce la faceva con l’università.»
Samuel non seppe cosa rispondere. Lui era stato uno di quelli che avevano fatto sei mesi scarsi di università e poi aveva abbandonato. Non andava fiero di quella scelta, che vedeva come una sconfitta, ma non era neanche qualcosa sulla quale rimuginava troppo. Alla fine tra il bar e il passare giornate intere sopra i libri, il lavoro era più allettante.
«E questo nuovo tipo, quando arriva?»
Dolf si sporse a guardare l’orologio appeso sopra la porta d’ingresso.
«Adesso, se è puntuale.» disse e proprio come se lo avesse sentito, un ragazzo bussò alla porta vetrata. Samuel andò ad aprirgli e subito l’altro gli porse la mano per presentarsi.
«Sono Giacomo, tu sei Samuel, vero?» la sua voce era squillante, aveva tutta l’aria di una persona energica. Era poco più alto di Samuel ma sembrava più grande vicino a lui per via del fisico allenato. Aveva i capelli neri, portati molto corti e gli occhi scuri. La carnagione era olivastra e dava l’impressione di una persona che si abbronzava facilmente in estate. Ma la cosa che attirò Samuel furono le sue mani, grandi, dalle dita lunghe e curate. Quando le sentì in quella breve stretta ebbe un fremito. Non c’era dubbio che Giacomo fosse un bel ragazzo, ma erano state quelle mani a far realmente iniziare tutto e la consapevolezza che avrebbero lavorato insieme turbò Samuel.
Venne a sapere che avrebbe coperto interamente i turni di Lisa, il che voleva dire che non si sarebbero visti poi così tanto. La ragazza faceva due mattine, un pomeriggio e il sabato tutto il giorno. Anche Giacomo studiava, faceva il secondo anno di astronomia. Samuel non sapeva quasi nulla di astronomia. Oltre a non amare lo studio il tentativo che aveva fatto era ricaduto su una facoltà umanistica, ma nella sua ignoranza trovava romantico il fatto che Giacomo studiasse le stelle.
Samuel diede uno sciacquo alle cose con le quali aveva fatto colazione e le mise nella lavastoviglie.
«Hai mangiato?» domandò poi al nuovo arrivato.
«Sì, a casa.»
«Per le prossime volte puoi anche mangiare qui, ti piacciono i dolci?» Giacomo annuì. «Bene, come vedi hai molta scelta.»
Durante la mattinata Samuel si impegnò a spiegare per bene le varie mansioni, dandogli informazioni fondamentali sui dolci. Poteva capitare che un cliente chiedesse consiglio, o avesse qualche curiosità, e lui doveva essere preparato. Giacomo lo ascoltava attentamente, gli occhi scuri erano fissi sulla figura di Samuel e lui si sentì spesso studiato e non sapeva se prevalesse la sensazione di disagio o di lusinga. Ma ogni volta che il nuovo arrivato faceva qualcosa: provava a fare un cappuccino, metteva i dolci sui vari piattini, questi pensieri svanivano perché l’attenzione andava sempre alle sue mani. Aveva la tentazione di stringerle, di portarsele al volto e su tutto il corpo. Questi pensieri lo distraevano e allora distolse lo sguardo da Giacomo e lo rivolse a ogni persona che faceva il suo ingresso. Il posto non era grande e si affollava presto. La metà era una clientela fissa, anziana, che non sapeva rinunciare ai vizi e si godeva le torte di Dolf. A volte c’era qualche giovane, di solito lavoratore. C’era una coppia in particolare che tutte le mattine passava a prendere caffè e pasta da asporto. Erano un ragazzo e una ragazza che avevano aperto un negozio di vestiti. La ragazza era graziosa, sorrideva sempre.
Ogni volta che Samuel guardava qualcuno notava qualcosa di particolare che lo attraeva. Poco importava se era maschio o femmina, era un’abitudine che aveva fin da quando era piccolo. Guardare le persone, vedere cosa c’era di bello in loro e immaginarli nelle situazioni più intime. Che espressione farebbero, come si muoverebbero i loro corpi, cosa griderebbero. Durante le superiori questo suo gioco era diventato problematico, creava situazioni imbarazzanti e fughe in bagno. Col maturare del corpo era maturata anche la sua capacità di gestire queste pulsioni, ma lo sguardo e l’immaginare erano impossibili da frenare. E proprio come le mani di Giacomo erano qualcosa che lo colpivano nel profondo, così anche le labbra di quella ragazza, gli occhi di quell’altra, il modo di portarsi la tazzina alle labbra di quell’uomo che sedeva sempre nello stesso punto, e guardava fuori dalla vetrata del caffè come se aspettasse qualcuno che però non arrivava mai…
Giacomo se ne andò via per l’ora di pranzo, il pomeriggio aveva lezione. Samuel si prese dei tramezzini e si rilassò. Era l’una, ancora due ore di lavoro poi sarebbe stato libero.
Samuel rientrò verso le sei di sera. Aveva deciso di fare una passeggiata prima della spesa. Facendo colazione e pranzando quasi ogni giorno a lavoro, non aveva molto da comprare, ma questo lo rendeva pigro e si ritrovava spesso a non avere nulla nel frigo. Ogni tanto, quando non riusciva a dormire bene e si svegliava nel mezzo della notte, colto da una fame improvvisa, si pentiva di non avere niente da mettere sotto i denti.
Quella sera si sentiva particolarmente ispirato e non solo chiamò Sofia, la sua amica più cara, ma decise di cucinare qualcosa di più impegnativo della solita pasta al sugo. Quando la ragazza arrivò, con qualche bottiglia di birra, rimase sorpresa di vederlo tagliare delle verdure e avere più di una pentola sui fornelli.
«Che fine hanno fatto le tue solite pizze surgelate?»
«Le ho ancora, ma non per stasera.»
Sofia mise le birre in frigo e i due iniziarono a parlare. La ragazza lavorava in un supermercato e aveva sempre qualche aneddoto da raccontare. Amava parlare e lo faceva in modo accattivante. Quando chiese a Samuel se c’erano novità, lui rimase indeciso se parlargli o meno di Giacomo. Alla fine lo fece, ma non si dilungò su nessun aspetto del ragazzo e ne parlò come si faceva di un normalissimo collega di lavoro.
«Beh, è carino?» chiese Sofia, interessata.
«Ha delle belle mani.» fu la risposta di Giacomo. Per lui era sempre stato difficile parlare di questi temi, anche con qualcuno di vicino a lui come lo era Sofia. I suoi desideri rientravano in una sfera poco convenzionale e aveva una gran paura di essere giudicato. Così preferiva tacere. In risposta, la sua vita sessuale era attiva ma non soddisfacente. Trovava qualcuno con cui passare la notte con facilità, ma non riusciva a comunicare a nessuno i suoi gusti, quello che davvero aveva voglia fare. L’unico tentativo che aveva fatto era finito male e non aveva nessuna voglia di ripetere l’esperienza. Eppure desiderava ardentemente essere capito.
Presero a mangiare, continuando comunque a parlare, bevendosi le birre e passando da un argomento all’altro. D’un tratto degli strani rumori iniziarono a sentirsi, dall’appartamento vicino. I due tacquero e drizzarono le orecchie per cercare di capire cosa fosse. Gemiti e ansiti ovattati rivelarono subito la loro natura e Sofia si avvicinò alla parete per posarci l’orecchio. Si girò ridacchiando verso Samuel.
«Ma questo sta guardando un porno.» fece, imbarazzata ma divertita. Samuel fece spallucce.
«Lo facciamo tutti, no?» disse tranquillamente, continuando a mangiare.
«Ah sì? Tu quali guardi?» Sofia tornò a tavola e fece la domanda con uno scherzoso tono di sfida.
«Che impicciona, come se potessi raccontartelo.»
«Ah non puoi? Dai, che sarà mai! Anche io li guardo, non è mica strano, con tutte le categorie che ci sono, ce n’è per tutti i gusti!»
Quell’ultima parte della frase, quel “per tutti i gusti”, innestò una risposta automatica nella mente di Samuel: per tutti forse, non per me. Il ragazzo non era estraneo al mondo del porno, era stato un bambino precoce, ma per quanto avesse tentato, nessun tipo di video era mai stato abbastanza eccitante per lui. Aveva provato molto più piacere grazie a dei libri. Libri che però non avevano quello scopo, anzi, storie che potevano essere più assimilabili al genere horror. Quando era piccolo il suo libro preferito era Dracula. Quando lo aveva visto nelle mani del figlio, la madre lo aveva avvisato che poteva spaventarlo e consigliato di lasciarlo perdere. Ma la risposta di Samuel fu tutt’altro che paura. La figura del vampiro entrò nei suoi sogni e non li lasciò più. Sognava di continuo di essere morso, di essere divorato e lasciato agonizzante a guardare la figura del suo assassino allontanarsi. Sognava mani che gli graffiavano il corpo e che leccavano via il suo sangue. Nell’età adulta altre letture arricchirono sempre di più questo suo immaginario macabro e inusuale. C’è da precisare che non aveva realmente nessun desiderio di morte o di danno alla sua persona. Era solo l’immagine, il pensiero, l’idea di essere quel personaggio che lo eccitava. Spesso con i suoi partner avrebbe inscenato qualcosa di simile, finto di essere la preda di una qualche creatura. Ma non aveva mai avuto il coraggio di chiedere. Se ne vergognava.

(…)

CONTINUA

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