Bucce d’arancia

La luce del mattino filtrava dalle tende rosa della piccola finestra in soffitta, spazio che Alice si era presa appena iniziato il liceo. La sua vecchia stanza era molto piccola e rumorosa, si affacciava sulle scale che conducevano al piano di sotto da un lato e alla stanza del fratello dall’altro. I suoi genitori avevano molti amici e capitava spesso di averli a cena anche nei giorni della settimana. Suo fratello, maggiore di sei anni, non si faceva problemi a tenere la musica a tutto volume, a parlare al telefono nella maniera più rumorosa possibile o a lanciare palline sul muro come passatempo. La soffitta invece era molto più silenziosa e aveva posto per tutti i suoi libri, che si stavano ammassando sul comodino, sulla scrivania, e qualcuno persino dentro l’armadio. Suo padre l’aveva aiutata a costruire una libreria dove mettere quelli che già aveva e quelli che verranno. La cosa bella di quello spazio era che c’era anche un piccolo bagno, quindi diventava qualcosa di simile ad un piccolo monolocale dove rinchiudersi a studiare, leggere o fare qualunque altra cosa le andasse senza essere disturbata. Quella mattina era un giorno di scuola come qualunque altro e per quanto il tepore delle coperte la spingesse a rimanere accoccolata lì sotto, c’erano una colazione da preparare, un autobus da prendere e una giornata al liceo da superare. Si alzò a fatica e scesa in cucina trovò sul tavolo la sua tazza pronta con accanto una crostata ancora calda, che sua madre doveva aver fatto prima di andare a lavoro. Una crostata con la marmellata di arance, la sua preferita. Si versò del latte e lo mise a scaldare nel microonde. Nell’attesa si tagliò una fetta bella grande di dolce da assaggiare subito. Assaporare la marmellata tiepida era una delle piccole gioie che le piaceva avere di mattina. Una volta fatta colazione si preparò e uscì di casa verso fermata dell’autobus a passo svelto. Il solito gruppetto di persone era a chiacchierare sotto la pensilina. Alice ne rimase fuori, in disparte. In autobus i posti erano quasi tutti occupati e il pensiero di chiedere di sedersi vicino ad un estraneo le metteva ansia e preferì restare in piedi. Si sistemò gli auricolari e iniziò ad osservare quel piccolo mondo attraverso la musica che solo lei sentiva. Le piaceva guardare i volti delle persone ridere e parlare, anche se non interagiva o non sapeva cosa stessero dicendo. Non sarebbe stata comunque in grado di dire nulla.
Per quanto Alice sembrasse una persona molto distante, quasi asociale da un punto di vista esterno, le piaceva l’idea di stare in mezzo alle persone e di poter essere anche lei una di quelle figure che osservava. Spesso si ritrovava a guardare anche le sue compagne di classe essere così spigliate nelle conversazioni, avere sempre la risposta pronta o qualcosa di interessante da dire. La sua migliore amica, Fabiana, era meglio di lei nelle questioni sociali. Sapeva sorridere e aveva una bella voce. Una volta Alice si era guardata allo specchio e aveva visto il suo sorriso, trovandolo semplicemente orribile. Perciò evitava di sorridere, il suo viso serio le appariva (…) più equilibrato. Ma il suo viso in generale non le piaceva molto e cercava di nasconderlo come poteva. La prima tattica era mantenere una frangetta che non le stava bene, ma sempre meglio che mostrare la fronte troppo alta. Lasciava i capelli perennemente sciolti e odiava l’ora di ginnastica dove era costretta a legarli. Aveva provato a lasciarli liberi per una sola lezione e il suo collo aveva sudato così tanto che era diventato tutto rosso e sembrava quello di un tacchino. Con la carnagione che si ritrovava (…) qualunque tocco di colore sembrava troppo acceso su di lei.
Due fermate prima di quella che l’avrebbe portata davanti al suo liceo saliva sempre Gabriele, un ragazzo che non l’avrebbe mai notata. Era di un anno più grande e lo aveva notato per la prima volta un mese fa, alla sua prima festa d’istituto, dove era andata per “socializzare” ma dove era rimasta per quattro ore buone in un angolo. All’inizio parlava con Fabiana, ma poi lei venne invitata a ballare e il resto della serata trascorse in solitudine. Gabriele era un ragazzo che attirava l’attenzione di tutti. Oltre ad essere particolarmente affascinante, era una persona che leggeva molto e con la quale si potevano fare discorsi interessanti. Ovviamente Alice non era mai intervenuta in questi discorsi, ma li aveva ascoltati e molti li aveva anche sognati.
Quella mattina neanche Gabriele aveva trovato posto e si era poggiato sulla parte della corriera dove si trovava anche lei. Il suo sguardo non l’aveva mai sfiorata ma averlo vicino le era bastato a farle battere il cuore. Si chiese perché non potesse essere come tutti gli altri, perché per lei il girare la testa e chiedere un “come va” erano gesti difficilissimi. Molte volte si era domandata come facessero le persone a comunicare. Sembrava che tutti fossero capaci di quest’azione tranne lei. Era anche vero che con Gabriele non poteva parlare una ragazza come Alice, che non aveva dei reali pregi da poter mettere in mostra.
Il viaggio fino al liceo fu brevissimo ma i suoi pensieri lo allungarono parecchio e quando arrivò in classe si sentì come se avesse appena trascorso mezza giornata nell’autobus. Fabiana era già lì e stava parlando con un loro compagno. Il cambiamento che aveva fatto la sua amica in quei pochi mesi era stato notevole. Non solo dal punto di vista fisico, che di sicuro non passava inosservato, ma anche caratteriale. Era molto più spigliata, più espansiva, eppure era trascorso poco dalla fine della terza media all’inizio del liceo. Alice iniziava ad avvertire una differenza notevole fra di loro, iniziava ad esserci una distanza che nessuna delle due stava mettendo ma che era semplicemente apparsa e non ci si poteva fare nulla. Si era accorta che certe cose, certi problemi, certe preoccupazioni, che prima erano loro, ora erano solo sue. E anche se Fabiana provava a coinvolgerla nei discorsi con le persone della classe, Alice sentiva di essere pessima nel provare ad interagire. Vedeva gli sguardi confusi dei suoi coetanei e notava come la sua amica vicino alle altre fosse una visione giusta, mentre lei era proprio un pesce fuor d’acqua.
Quando Alice si guardava allo specchio non c’era nulla che la facesse sorridere. Quando qualcuno parlava con Alice niente d’interessante usciva dalle sue labbra, se non sciocchi balbettii, monosillabi e poco altro.

Ogni volta che Gabriele usciva dall’aula durante la ricreazione, a parlare con i suoi amici mentre mangiava sempre enormi panini al prosciutto, Alice rimaneva incantata ad osservarlo dall’interno della classe. Era il suo passatempo preferito mentre sbucciava e mangiava la sua arancia e in quei momenti fantasticava, immaginava scenette che non si sarebbero mai avverate ma su cui le piaceva sognare.
Quel giorno Fabiana fece la sua comparsa assieme ad una ragazza che Alice non aveva mai visto. Anche lei molto carina, con dei capelli castani raccolti in una coda alta, cosa che metteva in mostra il suo bel viso dalle labbra piccole ma piene. Fabiana la presentò come Silvia e aggiunse qualche dettaglio al quale Alice non prestò realmente attenzione, era troppo impegnata ad osservare la ragazza. Dopo un po’ si presentò anche lei, evitandole di porgerle la mano che odorava di arancia. Il motivo per cui l’amica l’aveva portata lì era non solo per presentargliela, ma anche per invitarla ad una festa, che si sarebbe tenuta in casa di Gabriele.
«Ho detto a Gabri che sarei andata solo se venivi anche tu.» disse Fabiana, era una chiara proposta di aiuto. E per quanto Alice potesse essere riservata, l’amica non era sciocca e non le era passato inosservato come guardava quel ragazzo. Alice però era molto dubbiosa, ma non fece realmente in tempo a ribattere che Fabiana l’aveva già trascinata fuori dall’aula, per portarla di fronte a Gabriele e chiedere se andava bene che Alice venisse alla sua festa. Gabriele annuì senza porsi minimamente il problema e rivolgendole un mezzo sorriso che colpì il cuore della ragazza con una forza tale da fargli saltare un battito. Subito dopo il ragazzo si mise a parlare con Fabiana, a chiacchierare del più e del meno, dell’organizzazione della festa, del fatto che era riuscito a disfarsi senza problemi dei suoi genitori e Agnese, la sorellina minore. Alice ascoltava tutto, beveva quelle parole prive d’importanza, le assimilava quasi fossero stata musica. Non disse una parola tutto il tempo, quasi non si presentò davanti al ragazzo che tanto voleva si interessasse a lei, ma il fatto di stargli così vicino e di essere stata guardata fu abbastanza per lei.

Alice passò tutto il pomeriggio a sbucciare arance. La festa sarebbe stata di sabato pomeriggio e anche se non era obbligatorio portare nulla, si era messa in testa di ricreare la sua crostata preferita e darla a Gabriele come regalo. Non voleva però che fosse una semplice crostata, voleva metterci tutto l’impegno possibile, a partire dal preparare della marmellata fatta in casa. Aveva cercato la ricetta su internet e chiesto consiglio a sua mamma che le aveva spiegato il procedimento. Con la quantità di arance che aveva preso sarebbero venuti fuori almeno cinque vasetti ma per la crostata ne sarebbe bastato uno. Allora aveva anche fantasticato su un Gabriele che assaggiava subito la sua crostata, sentiva quanto fosse buona la marmellata e le chiedeva dove l’avesse comprata. A quel punto Alice avrebbe risposto che l’aveva fatta lei e proposto di portargliene un vasetto, così da avere la scusa di rivedersi. Per questo, quando dopo cena assaggiò la sua marmellata, spalmandola su una fetta di pane come spuntino, fu (…) felice di sentire che le era venuta molto buona e che ne avrebbe fatto una crostata perfetta.
Il sabato mattina si svegliò molto presto per prepararla e si mise a leggere direttamente davanti al forno per controllare minuziosamente la cottura. Una volta sfornata la mise in un portatorta con il biglietto “non mangiare” appiccicato sopra e se ne andò a scuola. Era particolarmente emozionata, tanto che ebbe il coraggio di chiedere a a Fabiana come le stessero meglio i capelli, cosa avrebbe dovuto mettere e se secondo lei dovesse truccarsi. L’amica fu più che felice di darle qualche consiglio, ricordandole anche di sorridere.
«Ma sembro stupida quando sorrido»
«Meglio stupida che asociale» fu la risposta abbastanza secca.
Alice non rispose nulla, il pensiero fisso a quando avrebbe portato la sua crostata e avrebbe visto Gabriele mangiarla. Non aveva detto nulla di questo regalo a Fabiana, aveva la sensazione che dovesse rimanere segreto fino al momento opportuno.
Quando tornò a casa filò subito in camera a prepararsi.
Rispetto alla sua amica non aveva top interessanti che potessero fare risaltare particolari forme, che comunque non aveva. Non aveva vestitini adatti ad una festa o collant, solo calze colorate che amava mettere ma che non le sembravano adatte. Si ritrovò a guardare il suo armadio e a vedere che la scelta che aveva era davvero minima. Non c’era nulla di adatto ad un evento simile e niente che non avesse già messo a scuola. Ma fare shopping a quel punto era fuori discussione. Sgattaiolò quindi nella camera di sua madre, frugò nel suo armadio in cerca di aiuto. Ma sua mamma aveva forme che Alice si sognava e certi vestiti semplicemente le cadevano addosso come dei sacchi di patate. Dopo un’accurata ricerca trovò però una minigonna che sembrava fare al caso suo. Era abbastanza corta, di finta pelle nera e rientrava in quella categoria che poteva essere definita “sensuale”. Decise che sarebbe andata bene anche con sopra un semplice maglioncino scuro e delle calze nere. Si guardò allo specchio, non era bella come Fabiana o come sua mamma ma decise che poteva andare. Prese la piastra e la passò sui suoi capelli riccissimi e disordinati. Buttò circa un’ora in quell’operazione con scarsi risultati, si erano lisciati giusto un poco ma non erano esattamente quello che aveva in mente. A quel punto li legò e per quanto il suo viso così esposto era qualcosa che non la metteva proprio a suo agio, era meglio che avere dei capelli che erano un completo disastro. Non si era mai truccata quindi evitò di farlo. Giusto poco prima di uscire cedette alla tentazione di mettersi del lucidalabbra, uno di quelli che si trovano nelle riviste e che aveva tenuto per il gusto di averlo anche lei, per sentirsi un po’ più affine alle altre ragazze.
Fuori era buio, alla fine erano già a dicembre e il cielo minacciava neve. La festa in questione sarebbe iniziata alle nove, ma sotto consiglio di Fabiana lei si sarebbe presentata alle nove e mezza, non bisognava mai arrivare per primi ad una festa. La casa di Gabriele era a circa venti minuti a piedi e cinque in autobus. Alice optò per la passeggiata, voleva prendersi il suo tempo per prepararsi (…) all’incontro, per pensare anche bene al fatto che andava in un posto pieno di persone che non conosceva. Certo ci sarebbe stata anche Fabiana, ma non voleva dire nulla, non sarebbero state solo loro due. Pensò molte volte a cosa dire, non era neanche sicura che Gabriele l’avesse realmente notata l’ultima volta. Si sarebbe dovuta presentare o lui si sarebbe ricordato di lei? Da quel breve momento durante la ricreazione aveva in testa il mezzo sorriso che le aveva rivolto, ma si sentiva sola in questo pensiero.
Trovò la casa senza problemi, singola, con un piccolo giardino a circondarla con una casetta di plastica, quelle classiche da gioco per i bambini. Vide che il piccolo cancello era aperto e senza pensare entrò fino ad arrivare di fronte alla porta. Già da lì fuori si potevano sentire la musica e la confusione normale di una festa e restò lì impalata cinque minuti buoni prima di avere il coraggio di suonare. Guardò l’ora al cellulare dicendo che avrebbe suonato quando sarebbe apparso un multiplo di cinque. E quando suonò il campanello sentì il cuore battere forte. Lì per lì non venne ad aprire nessuno. Risuonò e sentì dei passi avvicinarsi. Chi aprì fu un ragazzo che non conosceva. Parecchio alto, dalle guance paffute e la barba fitta, sembrava parecchio più grande e Alice si intimidì ancora di più. Alle sue spalle poteva vedere le persone chiacchierare e mangiare nella maniera più naturale possibile. Non scorgeva Fabiana da nessuna parte, almeno da quello che poteva vedere da lì.
«Tu sei?» fece il ragazzo.
«Un’amica di Fabiana» rispose Alice, quasi bisbigliando, e l’altro fece una faccia stranita.
«Chi?» chiese, abbassandosi verso di lei.
Mille cose le passarono per la testa in quel momento. Anche quel ragazzo doveva aver pensato che fosse strana, chiunque lo penserebbe di una persona che non riesce a parlare. Poi non era assolutamente come gli altri. Era bastato uno sguardo per vedere come fossero vestiti tutti nella maniera più adeguata ad una festa, mentre lei si era dovuta legare i capelli e scoprire il suo viso orribile perché non sapeva usare la piastra. Mettere vestiti che non le stavano affatto bene e mostrare le sue gambe orribili.
«Ho… ho sbagliato casa» mormorò alla fine e senza lasciare il tempo all’altro di rispondere si voltò e se ne andò a passo svelto, prendendo una direzione casuale.
Era freddo. Il vento gelido le aveva congelato le guance e le orecchie erano diventate due blocchetti di ghiaccio. La tristezza e la rabbia le avevano preso il petto. Aveva passato tutto quel tempo a sistemarsi per che cosa? E la crostata che aveva preparato con tanta cura e pazienza era rimasta nella busta. A forza di camminare era arrivata al piccolo parco pubblico. Era troppo tardi perché ci fossero dei bambini e troppo freddo per farne il ritrovo dei ragazzi. Non aveva voglia di tornare a casa, quindi andò a sedersi in una delle altalene e prese a dondolare lentamente. Posò la busta sulle ginocchia e iniziò a fissare un punto del parco dove delle pietre erano poste in cerchio e al centro c’era un bastoncino conficcato nel terreno. Lo sguardo piano piano percorse tutto il territorio circostante, poi tornò alla busta rosa sulle sue gambe. Infilò la mano dentro e tirò fuori il dolce protetto, lo spacchettò e scoprì completamente. Era perfetto, persino l’intricato di strisce di pasta frolla, che di solito le veniva sempre un po’ storto, era dritto, da pasticceria. Quasi senza pensare ne staccò un pezzo con la mano, irregolare, con l’intento di rovinare la perfezione che aveva creato. Iniziò a mangiare il suo dolce in quella maniera, staccandone pezzo dopo pezzo. Intanto i suoi occhi si inumidivano e il suo cuore si sentiva svuotato e al tempo stesso pieno di tristezza. Qualche persona passava di fronte al parco di tanto intanto, chi col proprio cane, chi assieme ad un amico e chi mano nella mano.
Se fosse stata in un film, qualcuno avrebbe notato Alice e i suoi occhi lucidi, la parte di crostata rimasta solo perché non riusciva a mangiarne ancora, il suo sguardo triste e le gambe che tremavano per il freddo di quella sera. Ma nessun copione era stato scritto e nessun personaggio apparve a darle sollievo. E lei restò lì, su quell’altalena, a dondolare e sperare che un giorno tutto sarebbe stato diverso e sarebbe riuscita a creare un’altra crostata perfetta e donarla alla persona giusta.

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