L’età ingrata

È sera: mi guardo, ancora, riflessa nello specchio di sempre, pallido il silenzio, la stanza attorno, pallida la carne incerta del mio grembo. Esangue è il ricordo dei giorni infantili, niente ne traspare: resta sola la voglia bianca in mezzo al petto, attraversato da una vena titubante, fluita tra due languidi, tristi seni: si direbbe che cerchi un appiglio.
Sussultano i seni, sussultano di una lieve stanchezza, poi smorti fievoliscono sulla cavità intatta del ventre. Dolenti, le braccia e i polsi illanguiditi s’inarcano, ad afferrare i resti polverosi dei tumuli di chissà quale memoria. C’è nella stanza il sussurro del vento, c’è, seppellita, l’ombra dei volti che l’hanno abitata: nuda mi ci inarco come la scorza di un pioppo.
Tace la strada e la finestra affacciata sull’asfalto bagnato di pioggia. Mi specchio nuda in una pozza: nuda annegarci e risorgervi. Quell’uomo ombroso, stretto dentro le sue braccia conserte, resta fermo nel vento a guardare.
È sera sul viale e io compiango questo mio nudo, così giovane e inspiegabilmente solo: nudo di vergine insulsa che brama, null’altro, lo giuro, che il palpito, scabro, d’un altro gelido corpo.

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