Di gennaio

Sentiva un soriano torpore diffondersi un arto per volta, anticipato da un guizzo elettrico che ne distendeva ogni tensione. Stava ricordando la notte passata in spiaggia, l’estate in cui erano insieme. Infilò la mano sinistra sotto la coperta pesante, e iniziò lentamente ad accarezzare il lenzuolo fresco, come usava fare sulla sabbia quando, distesa supina in pieno sole, cercava di assorbire quanto più calore possibile, bruciando sulle dune incandescenti.
Aspettava per rinfrescarsi le gocce salate che le sarebbero cadute sulla schiena al suo ritorno dal bagno, chinandosi per salutarla silenziosamente con un bacio gelido alla nera abbronzatura sotto la nuca.
Ritirò la mano prima che si abituasse a quel nuovo tepore, altrimenti il desiderio di cedere al letto sarebbe stato troppo forte. Non si decideva ancora, però, ad alzarsi. Il profumo deciso del dopobarba si era sparso in tutta l’aria, o almeno così le parve, chissà cosa si sarebbe chiesto uno degli ospiti se entrando per sbaglio avesse visto quella scena, lei con ancora i tacchi addosso, come addormentata sul letto di quella stanza secondaria, l’armadio spalancato e nient’altro in giro se non un barattolo di latta lasciato aperto sul pavimento, l’odore piperito del suo cremoso contenuto che aleggiava, stucchevole.
Ignorò questo pensiero prima che diventasse timore eccessivo, e si concentrò sul brivido leggero che partiva dalle cosce. Assecondarlo in quel momento l’avrebbe certo fatta sentire ridicola; dovette alzarsi sui gomiti, premendo tutto il suo peso sul bacino e facendolo aderire quanto più possibile al materasso, perché cessasse. Ormai quel letto aveva assunto una consistenza quasi carnale in risposta al suo corpo.
Una decina di minuti prima era entrata nella camera, chiudendosi dietro il rumore della festa in un vocio indistinto. Da un paio d’ore attendeva il momento giusto per andarsene senza che qualcuno potesse accorgersene. Aveva dovuto trovare un’interessante conversazione per tutti, sorridere gentilmente e servire da mangiare. Alla fine era riuscita a tornare nella stanza lasciata qualche istante prima che iniziasse ad arrivare gente. La scatola di legno era sul ripiano più alto, nascosta da un vecchio paio di pantaloni. Nulla di compromettente giustificava quella precauzione: ciò che aveva riesumato quel pomeriggio e che da tutta la sera aspettava di tirar fuori era un semplice barattolo rotondo in latta, sobriamente decorato con smalto bianco e azzurro, di dopobarba quasi finito. Si era accucciata tra le due ante aperte per non sentirsi spiata e rendere quanto più possibile privati i suoi gesti. Nella segreta speranza di enfatizzare la soddisfazione finale, allungando ancora un attimo l’attesa, aveva spostato i rocchetti e i fili da ricamo che si trovavano sul fondo della scatola, alla ricerca di qualche altro oggetto catartico, ma non c’era nulla. Aveva gettato un’occhiata alla porta – la cui chiave era persa chissà dove nella casa già da un anno – poi aveva svitato il coperchio e chiuso gli occhi senza neanche accorgersene. L’odore del dopobarba aveva fatto riemergere immediatamente memorie tanto vivide da sembrare realtà sensibile.
Le sue labbra si erano dischiuse a baciargli ancora il collo, e sentiva i capelli ancora ispidi di lama, la camicia tesa sulle spalle, il sapore che aveva la sua bocca la mattina, dopo il caffè. Si era gettata sul letto, continuando a mescolare ricordi e sensazioni per mantenersi sospesa in quello stato mentale così confuso e dolce. Aveva stretto in un pugno la coperta; respirando a fondo aveva strofinato fronte, naso, mento, guance sulla stoffa del cuscino. La pelle fremeva a quel contatto, avrebbe voluto avere davanti a sé il tempo necessario e meno vergogna.
Sentì d’un tratto un rumore molto vicino e si drizzò a sedere. Qualcuno aveva sbattuto sul muro della stanza. Si sentiva accaldata e malinconica. Scese pigramente dal letto e andò a chiudere il barattolo, non curandosi questa volta di rimettere tutto nel giusto ordine. Sembrava non ricordarsi nemmeno quanto provato. Sbadigliò un paio di volte e attese che la sonnolenza passasse.
Mentre si sistemava i capelli dietro le orecchie prima di tornare dagli ospiti, le venne in mente come al funerale il signore calvo profumasse dello stesso dopobarba del figlio, nell’avvicinarsi a lei per le condoglianze.

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