Era buio

Era buio, anche il sole se n’era già andato e mi aveva lasciato solo nella stanza, unica mia fedele, la sola che se potesse parlare avrebbe già detto tutto su di me o forse non avrebbe ancora finito.
Quel giorno il tramonto era volato, probabilmente avrei voluto non finisse mai, perché se ne doveva andare? Perché doveva abbandonarmi anche lui, non bastavano gli altri? La luce era spenta, mia madre chissà dov’era e mio padre? Mio fratello poi, beato chi lo vede, ma forse è meglio così, troppo diversi o forse talmente simili da indossare maschere opposte.
Non pioveva quel giorno, mi sono sempre chiesto come possa influire il tempo meteorologico sull’umore, sullo stato d’animo. Dentro di me però era in atto un diluvio, il mio cuore piangeva eccome, non il mio viso, l’orgoglio me lo impediva forse? O non mi ricordavo come si piangesse? O il mio in fondo non era vero dolore?
Il tempo intanto andava avanti, quello non si ferma mai, se potessi fermarlo almeno potrei adattarlo alle mie esigenze e invece eccolo che sfugge.
A un certo punto un nodo in gola, tutti i pensieri che mi rivengono in mente, la rabbia, il dolore, i rimpianti, la tristezza, la voglia di cambiare aria, ambiente, di fuggire lontano, di far perdere le mie tracce, di morire e da qui le prime lacrime che lentamente iniziano a impadronirsi dei miei occhi che diventano sempre più umidi e come fossero dei secchi si riempiono fino all’orlo e da qui ecco che fuoriescono lentamente unite alle mie urla di disperazione. Che liberazione, lo devo ammettere.
Ed è così che mi sentivo poco dopo: malinconico ma mentalmente leggero. Ero riuscito ad allontanare momentaneamente preoccupazioni, incertezze, paure. La tristezza e la rabbia le avvertivo ancora certo, ma questa volta percepivo anche una sottile via di speranza, di fiducia, di possibilità di cambiamento. Ero orgoglioso di me, avevo pianto. Quante volte avrei voluto piangere, senza mai riuscirci. Il pianto non si cerca, arriva.
Quella sera andai a letto presto, mia mamma non si accorse che avevo pianto, strano, lei è molto sensibile, lo sa interpretare uno sguardo inondato dal dolore, per questo le voglio troppo bene. Nei giorni successivi i cambiamenti arrivarono eccome, come se quel pianto fosse stato uno spartiacque della mia vita, la risalita dopo il tocco del fondo. Eppure era solo un pianto.
Ero riuscito a trovare la forza di riprendere in mano la mia vita, di incanalarla sui binari più opportuni, più favorevoli ai miei gusti. Ma finché non la si trova dentro di sé, la felicità è solo una fogliolina autunnale fragile e indifesa davanti alla prima folata di vento leggermente più forte.
Certo non fu solo una folata quella che nella mia vita, come in tutte le altre, nel mondo, si abbatté tre mesi dopo: salute e socialità improvvisamente vengono meno e si intrecciano con un legame inversamente proporzionale, l’esclusione dell’una favorisce l’altra e a rimetterci siamo tutti noi esseri umani, destinati per chissà quale volontà divina, a vivere in questo periodo storico…

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