Voce

Chissà che voce avevi, uomo, prima che ti togliessero la parola dall’accento antico, e il corpo acerbo lo vestissero di violento rigore. La voce che avevi dentro la divisa, e le ragazze che occhieggiavano, tu le ignoravi. Quella dei lunghi respiri nei porti, al momento di salpare, delle ore sui pontili che il vento batteva – e tu intanto correvi, pungendoti alle ringhiere di bianca vernice rugginosa.
Chissà che voce avevi dentro alle membra magre che ancora l’abitudine cerimoniale dei giorni non aveva infiacchito, e il primo amore che voce ha avuto.
Che voce avevi prima, al tempo che cadevano le susine dai rami, e ti sgranchivi nel tonfo per cogliere quelle intatte che gli uccelli consueti solevano risparmiare; le urla che gettavi sbucciandoti i ginocchi sulla pietra lavica, maledicendo il vulcano e rimpiangendo la monarchia che non sapevi, nei giorni che rubavi parole distratte ai grandi – ai loro segreti – chiusi nei cappelli e nella sera estiva.
E come scrocchiava il pane del paese fatto di gialle sfoglie incartate, l’impotenza di non poterlo toccare prima che fosse finito il vecchio. Quel pane di paesani, che non dava di niente, e aveva solo il gusto dei tuoi sette anni. Che voce avevi a sette anni, papà? Quando ti batteva il cuore per la paura del buio, e della spiaggia vuota, dell’austerità dei vecchi, della furia di tuo padre, delle colpe che ti prendevi, delle urla furibonde della madre, delle storie di famiglia della zia Eleonora, dei morti? Come ti suonavano le ore dei ferri trascorse a intrecciare nella maglia, delle scatole polverose coi ditali dentro alle cucine assolate, lo snocciolare delle perle dei rosari tra le dita nodose delle comari, la voce della vergogna, delle battaglie perse, della vanità, del timore di Dio che ancora nascondi nel timido gesto di crociarti il capo prima di mangiare?
La tua voce, uomo, oggi è gelida e muta: soffoca sotto il peso grigio del ritegno e della sobrietà. Quella voce l’hai data a una donna che è sola: che ti è capitato, mi è parso, chiamare figlia: che è assorta e parla solo la lingua dei versi che un giorno scrivesti – lo stesso il destino – dentro di lei.

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