All’impianto di riciclo

All’impianto di riciclo il nastro trasportatore dove viene portata tutta la carta della provincia si inceppa. Una luce rossa inizia a lampeggiare. Dalla sedia ergonomica nella saletta di controllo operazioni, si solleva svogliato un operatore. Odia alzarsi. Non è tanto questione di pigrizia. È che se si deve alzare, vuol dire che qualcosa è andato storto. Dà un’occhiata al meccanismo che aziona il rullo che fa girare il nastro che trasporta la carta che al mercato mio padre comprò e nota che un agglomerato di fogli si è incastrato lì, chissà come cazzo ha fatto, ora occorre indossare i guanti e rimuoverli manualmente (così recita la procedura nella norma UNI-ISO-365672673, quella del bravo controllore di nastri trasportatori di carta). Veloce, che c’è un altro camion pieno di carta da buttare fermo lì nel piazzale, che non può scaricare finché il nastro non riparte. Infila la mano e tira via. Tre fogli, tre fogli in croce. Si erano messi là, non si sa come, a bloccare il meccanismo. Gli cade l’occhio. Scrivere è un mestiere difficile. Non ci aveva mai pensato. È un mestiere difficile a tutte le età, un po’ come vivere, perché la maggior parte delle persone non può campare di scrittura così come non si può campare di sola vita, che pare strano ma è così, chi è che si guadagna da vivere per il solo fatto di essere vivo? Beh nessuno, pensava, dovresti essere uno sponsor vivente, tipo il contratto a vita che Lebron James ha con la Nike, ma lui è lui e io non sono un cazzo. Scrivere richiede il vuoto pneumatico, e il vuoto fa paura. Serve soprattutto del tempo vuoto. Rivendicare il proprio tempo è un’operazione di difesa personale e bisogna stare sempre attenti ai ladri di tempo, che il più delle volte siamo noi stessi che ce lo rubiamo da soli e poi ci chiediamo dov’è andato a finire. Scrivere è pulire. No, questo no, da che mondo è mondo il foglio bianco è pulito e se ci scrivi sopra si sporca, e se la gente smettesse di scrivere, lui avrebbe meno carta da sistemare su quel nastro trasportatore. L’igiene personale passa dal nero dell’inchiostro. Aridaje. L’autore filtra le esperienze esterne attraverso le sue categorie mentali, che sono barriere o reti o setacci, che quindi bloccano o trattengono alcune elaborazioni della sua mente. Solo ciò che passa viene scritto. Così ciò che si ritrova sulla pagina non è mai quello che l’autore aveva in mente all’inizio, quell’impulso nervoso originario mai sarà esprimibile sulla carta scritta. O meglio, mai sarà esprimibile sulla carta scritta da lui, dall’autore. Eh sì, perché poi basta che l’autore paghi uno psicologo che te lo dice lui cosa pensava in realtà, sto autore, che poi vorrei sapere chi è, sto autore. L’autore è dunque ciò che scrive? L’autore coincide con l’uomo? Una separazione tra i due c’è, da qualche parte, una patina invisibile e fragile, una parete sottile che viene spesso sfondata con mazze e martelli da chi si interroga su “chissà cosa avrà voluto dire”, mentre basterebbe un soffio per farla volare via. Un uomo può scrivere di qualcosa che non ha mai vissuto, altrimenti avremmo pochissimi libri, e sarebbero tutti uguali e ordinari, come le nostre vite, che non sono speciali e bellissime, possiamo dircelo. Su questo ha ragione, io lo dico sempre che la vita è una gran fatica. E ora torna a buttare questi fogli, non siamo indispensabili allo sforzo produttivo del paese, le altre due pagine puoi anche non leggerle, quello che serve è tutto scritto qua, lì ci sono solo dei dati sensibili dell’autore, che si è scordato di strapparli. Ovviamente l’operatore gira subito il foglio, se ti dicono di non fare una cosa la fai subito. È una fotocopia di un documento di identità dell’autore. Matteo Messina Denaro. Residente in via Garibaldi 47, Molinella (BO). Nato a Stoccolma. Professione: scrittore. In basso, scritto a mano: muoviti a far ripartire il nastro, che c’è un camion fermo nel piazzale che aspetta di scaricare. L’operatore accartoccia i fogli e fa ripartire il nastro trasportatore.

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