La camera

Sono giorni che quando chiudo gli occhi mi ritrovo in un luogo che non ho mai visto prima. Parlo una lingua che non ho mai parlato ma che riconosco e in quei momenti capisco. Tra le mie mani una tazza di latte caldo e di fronte a me una donna di spalle che parla al telefono da una cornetta gialla. Non sento quello che dice ma capisco che è triste. Le vedo i capelli neri e mossi, trattenuti indietro da una piccola bandana rossa. Le vedo le spalle magre, coperte da una camicia chiara, tese, ogni tanto si abbassano e si alzano seguendo il ritmo dei sospiri che emette. Mi trovo in una cucina grande, ben ammobiliata, in un passato che non ricordo ma che so essere il mio. So di conoscere quella cucina, so dove stanno i biscotti, proprio sopra il frigo, dentro la credenza, e so come ci arrivo a prenderli, come mi arrampico nei momenti di pausa dal gioco.

Mi accorgo ora di essere piccola. Sono una bambina, ho sei anni, so leggere e scrivere ma sui fogli appesi al frigo ci sono scritte parole ancora troppo difficili per me. Dopotutto il mio mondo è in un altro posto, dietro una porta bianca con sopra appeso il disegno di un dinosauro. La mia camera è proprio lì dietro e quando entro ci sono solo io e il mio spazio. L’armadio è la mia stanza segreta. Il letto, dai mille cuscini e peluche, il mio portale verso altri mondi. La cesta strabocca di ogni tipo di meraviglia. Il baule sotto la finestra contiene i comandi per far partire la mia astronave e tutto il resto, tutti i pupazzi, sono altre storie che si possono raccontare. Non ha senso farlo in fila e non ha senso una per volta, riuniamole tutte insieme e creiamone una più grande. E allora anche i dinosauri potranno guidare navi spaziali, il gatto potrà essere un intelligentissimo medico e il criceto un astronauta provetto.

E proprio mentre sto per partire per queste avventure, un senso di malinconia mi pervade. Sento uno strano vuoto, come se fossi l’unica persona sulla faccia della terra. Guardo fuori dalla finestra, la gente cammina ma nessuno ha un volto, non conosco nessuno e nessuno conosce me. Poi un ricordo, mi giro e la mia stanza è diversa, è cambiata.

La luce del mattino non c’è più, sono immersa nella penombra. Il mio armadio segreto è tappezzato di poster colorati. Il mio letto è ordinato e spoglio. La mia cesta non c’è più e al suo posto c’è un piccolo pouf sul quale è poggiato un walkman attaccato a delle cuffie. Apro il baule sotto la finestra, che ora contiene CD e libri. Sul pavimento c’è solo un tappeto. Mi guardo le mani e sono diverse. Anche io sono diversa. Sono più grande e i miei capelli non sono più trattenuti da un cerchietto ma raccolti in una lunga treccia.

Sul comodino qualcosa che brilla mi incuriosisce. Avanzo e trovo una catenella che come ciondolo ha un piccolo dente di squalo. La riconosco, anche se non capisco cosa ci faccia lì, come mi abbia raggiunta in quel luogo. La stringo nella mano, forte, fino a farmi male. Poi allento la presa e la guardo di nuovo. Torno alla finestra con quella in mano. Fra le mille persone senza volto ne scorgo una di cui riesco a vedere il viso. Voglio aprire la finestra e gridare, farmi notare da quell’unica persona che può guardarmi, ma non riesco. Vedo la sua mano, che una volta stringeva la mia, stringerne una sconosciuta. Vedo i suoi occhi non girarsi mai verso la mia finestra, la sua voce non giungere mai alle mie orecchie.

Lascio andare la catenella e mi siedo con le spalle rivolte alla finestra. Ho molto freddo. Prendo un respiro, chiudo gli occhi, e all’improvviso lo sento. Il calore dei ricordi. Mi abbandono ai suoni e agli odori che produce la mia mente. Non sono più in quella camera, sono in un parco, lontano, fa freddo ma sto bene, davanti a me c’è una ruota panoramica che illumina tutto, nell’aria un odore dolce e vicino a me ci sei tu. Stringo la tua mano e ora siamo di fronte a un camino, a leggere insieme dallo stesso libro, a guardarci. Il libro si chiude ed eccoci in auto, a partire per il nostro spaccato di vita insieme. La macchina svolta nella nostra seconda casa, ad abbracciarci mentre guardiamo un film. Mani intrecciate e animi calmi. Qualche tremito in questa felicità viene dato da ricordi poco piacevoli, da parole crudeli gridate senza un reale motivo, da momenti di tristezza assoluta in cui il mondo sembra crollarci sulle spalle. Ci stringiamo, ci prendiamo le mani e ci culliamo a vicenda.
Ma tu lasci la mia mano, io apro gli occhi e sono in una stanza, in un presente che conosco fin troppo bene. La tua voce è lontana, nelle mie orecchie il ronzio del silenzio. Non un respiro, se non in mio, dentro questa camera.

Articoli correlati

Inizia a scrivere il termine ricerca qua sopra e premi invio per iniziare la ricerca. Premi ESC per annullare.