Di maggio

Uscii per strada mentre il portone si chiudeva alle mie spalle. La giornata era appena iniziata ma già l’ombra dell’edificio si stendeva sulla via: raramente avevo visto raggi di sole riuscire a infiltrarsi in quello spazio angusto fra i due marciapiedi. Camminai fino a raggiungere la piena luce dell’incrocio. L’aria non si era ancora scaldata quanto i giorni precedenti, con un cielo abbagliante più crudele e meno terso delle solite domeniche. Sembrava di nuovo aprile.
Avevo dormito poco, ma sapevo che una volta a casa non mi sarei messa a letto. Intorno era quasi deserto, l’ora e il mio torpore davano al percorso un’incorruttibile tranquillità. Mentre camminavo mi sentivo votata al meglio della vita, come se soltanto i giorni più incredibili e memorabili mi attendessero da quel momento in poi. Ero, al tempo stesso, la persona meno impressionabile del mondo. Un grosso felino che inizia la sua gloriosa caccia, ecco cos’ero. Le colonne dei portici rivelavano gli alberi della mia scenografia. Sotto casa c’era un cane che annusava per terra. Mi ignorò e tenne il muso basso mentre aprivo.
Salii al mio appartamento, gettai la borsa sul tavolo e andai a farmi una doccia. Poi mi cambiai i vestiti e mi profumai con la nuova colonia maschile. Non ricordo cosa mangiai, un po’ della ricotta avanzata probabilmente.
Prima di tornare fuori alla mia grandiosità rimasi qualche istante seduta in cucina. Pensai a quante volte avevo passato la notte da te in quei giorni. Avevo lo sguardo fisso sul cuscino della poltrona, non riuscivo a distoglierlo. Pensai allora al tuo divano, al tuo letto sempre sfatto, a come ormai m’era venuta a noia casa tua, a come sentissi questa conoscenza ravvicinata un passatempo di compagnia, che avesse però già esaurito ogni attrattiva e fosse diventata semplice abitudine.
Di quel passo sarei arrivata troppo flemmatica all’inizio dell’estate. Strizzai più volte le palpebre per ridestarmi, e mi alzai.
La consapevolezza di questa noia mi accompagnò tutta la mattina, sai? Ma non turbò nulla.
Il giorno dopo ero sul tappeto del salotto a darmi lo smalto. Era nero, eppure quando pranzammo insieme lo sentii addosso allegro e rosa, ed ero così vivace e piena di leggerezza. Da quel momento in poi il vino che bevemmo mi parve fresco e dissetante come acqua, e l’acqua ricca e morbida come vino. Mi ubriacai di ogni zolla di prato che vidi in giro, volli stare il più possibile all’aperto.
Quando la mattina mi ritrovai ancora nell’ombra fuori dal portone, il suo freddo buio mi ricordò un’eclissi. Capii allora quante eclissi avevo guardato quella primavera, e ti volli bene. Nel dirigermi altrove, feci sosta a tutte le madonnine nei muri di quella stretta via che è casa tua.

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